The First Shot: “Non ho un passato nel mio futuro”

L’immagine è ipnotica, è una strada verso il futuro.

Sulle parete è proiettato un filmato che presenta una città moderna in computer grafica, la telecamera si muove fra larghe strade circondate da una moltitudine di edifici illuminati. Il luogo è vivo ed invitante, e sullo sfondo gli ultimi bagliori di luce si apprestano a lasciare spazio alla notte. La ragazza osserva la sequenza dando le spalle alla telecamera, si avvicina alla parete sulla quale compare la sagoma di una porta come un ingresso verso la modernità, all’interno di un’immagine virtuale.

Deprogrammare il proprio corpo per proiettarsi verso quella che è una simulazione, è il seguito simbolico di quella scena che avrebbe visto la ragazza scomparire dal mondo che percepiamo. «Non ho un passato nel mio futuro» è l’ultima frase pronunciata nel film The First Shot del regista italiano Federico Francioni e del cinese Yan Cheng, presentato il ventitré giugno al Festival del Cinema di Pesaro e vincitore del Premio Lino Micciché. Una sentenza che racchiude l’essenza della Cina (e in seconda istanza anche del sistema occidentale), la quale sta attraversando un periodo evolutivo in cui prende le distanze dalle proprie radici e dalla propria cultura.

L’ultima immagine del film può essere anche interpretata come la Cina che si spoglia del proprio passato per proiettarsi verso il futuro. Il film, sovvenzionato dal Centro Sperimentale di Cinematografia dell’Aquila, racconta tre storie di tre ragazzi nati dopo il 1989, quindi negli anni successivi agli eventi di Piazza Tienanmen, alla ricerca di una propria identità storica. Nella prima sequenza un ragazzo che vive in un solitario appartamento a Pechino cerca di scovare la verità sugli eventi che hanno messo la parola fine al concetto di rivoluzione in Cina dopo il sei giugno del 1989, per poi fare i conti con una ferrea censura che lo priva di qualsiasi scopo.

Nessuna realtà
attende di essere parlata
attraverso il suono dei ferri, e la lotta
che fa misero il destino. I simboli
sono vuoti di ore e di passi
che non portano carni e spiriti
sulle terre dove solo le foglie cadevano
prima del tempo. Le rabbie degli umili
ribaltano le idee, i paesaggi
ed altre esistenze
rannicchiate fra le palpebre e la vita. 

Il passato semplicemente non esiste, sommerso dal nuovo volto del gigante orientale, che oggi non è più rappresentato dalle architetture tradizionali stampate in serie nell’immaginario del turista stereotipato, bensì da edifici che spuntano proprio sulle macerie del passato.
Il secondo attore osserva dal proprio appartamento il continuo mutamento del tessuto urbano, che pare non riconoscere. Quando viveva in Canada era tutto più lento e stabile, il paesaggio si cristallizzava; in Cina ritrova il costante mutamento della realtà. Basti pensare a Shenzhen, che negli anni Settanta era un semplice villaggio di pescatori, mentre oggi è una metropoli ultramoderna, fulcro dell’industria hi-tech con oltre 14 milioni di abitanti. Nel 1911 a Wuhan, luogo che ritrae la ragazza, ultima protagonista di The First Shot, fu sparato il primo colpo che diede inizio alla Rivolta di Wuchang, da cui nacque la Repubblica cinese con la caduta dell’Impero.

E se il 1911 ha segnato l’inizio di un’epoca, il 1989 la ha definitivamente chiusa, proiettando la Cina verso un futuro senza passato. La ragazza ha lasciato la Cina da tempo e studia a Londra, ma per un breve periodo torna nella sua Wuhan per scoprire che uno dei suoi nonni era morto da tempo e che nessuno l’aveva avvisata del lutto per non distrarla. La notizia giunge durante una cena in famiglia, e se per tutti i membri pare un discorso come un altro, la rivelazione sconvolge la ragazza, che si rende conto di avere perso del tutto il contatto con le proprie radici e con il concetto di famiglia – se la morte di un parente stretto è intesa come un disturbo. Siamo abituati a identificare la Cina con i numeri: la stabilizzazione del PIL, la crescita del benessere e della classe media, l’economia dei grandi progetti internazionali quali l’AIIB e la One Belt One Road, ma probabilmente ci siamo dimenticati di identificare qual è la natura dell’uomo cinese, sempre etichettato come consumatore.

Ebbene, cosa si nasconde dietro un sistema capitalistico e di iperconsumo, che tende a fagocitare il passato? Vi è la storia di una generazione spaesata, la quale, una volta che riesce ad eludere la macchinazione del consumismo, si rende conto che al di fuori di esso rimane ben poco. Non vi sono più radici, né un modo per poter affermare la propria identità. L’unica alternativa, tornando alla scena iniziale del film, è quella di sparire.

Articolo pubblicato originariamente su kultural.eu

 

 

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