Perché la Cina non ha un giocatore come Han Kwang Song?

La Nazionale cinese fatica a imporsi sulla scena calcistica mondiale. Nonostante un enorme bacino da cui attingere e un contesto economico favorevole, la Cina non riesce a sfruttare il suo potenziale. Un potenziale che può contare su oltre un miliardo di persone e società pronte a investire milioni di renminbi in progetti di partnership con club europei e scuole calcio.

Tutto inutile, almeno per il momento. Anche lo Stato è sceso in campo per tamponare questa emorragia che continua a tormentare i tifosi del Dragone. Xi Jinping ha varato una riforma con cui ha inserito il calcio nei programmi scolastici di educazione fisica. Non solo, negli ultimi anni il governo ha permesso alle compagini della Chinese Super League di investire fiumi di denaro per aggiudicarsi i migliori talenti mondiali, nella speranza di risvegliare la passione dei cinesi per il calcio. Se i tifosi hanno risposto presente, lo stesso non può dirsi per i giovani atleti.

Ne sa qualcosa Marcello Lippi, c.t. della Nazionale cinese che guarderà i prossimi Mondiali dalla tv. La sua selezione, al netto della qualità dei singoli elementi, non ha “pezzi di ricambio”. Il tecnico italiano può contare su pochi giovani di spicco, tra cui il classe ’95 Deng Hanwen (Beijing Renhe), il classe ’97 Zhang Yuning (Werder Brema), che si aggiungono agli altri Under 23 Zhuny Gao (Hebei Fortune) ed He Chao (Changchun Yatai). Poco per sperare nella svolta.

Come mai in Cina mancano giovani talenti? Non c’entrano spiegazioni antropologiche, quanto quelle culturali. I bambini cinesi, il più delle volte, iniziano a frequentare scuole calcio senza neppure conoscere il regolamento del football. Inoltre, fattore non secondario, per un giovane calciatore in erba è quasi impossibile gestire le pressioni. Pressioni che derivano dalla competizione sportiva, ma anche e soprattutto dalla famiglia. Il gioco del calcio, infatti, viene considerato tempo perso e sottratto allo studio.

Ogni genitore, infatti, più che sperare che il proprio figlio diventi un campione del pallone, preferisce che riesca ad affermarsi nella società, sempre più competitiva e individualista. Infine c’è da considerare il sistema scolastisco cinese, che per struttura e organizzazione non permette ai ragazzi di far conciliare apprendimento e sport. Tutto pende in favore del primo a discapito del secondo.

La soluzione che sta adottando la Federcalcio cinese, come detto, è quella di puntare su progetti di partnership con il resto del mondo. Tre sono le iniziative apprezzabili. Primo: l’inserimento della selezione Under 20 nella quarta divisione del campionato tedesco. Secondo: la creazione di un club giovanile in Portogallo, l’Oriental Dragons FC. Terzo: il progetto Dalian Future Stars con l’Atletico Madrid, volto a portare in Spagna giovani calciatori. Basterà? Difficile dire se queste strategie si riveleranno utili. Al Dragone non resta che aspettare e incrociare le dita.

IL MODELLO NORDCOREANO

La Cina potrebbe prendere appunti dalla confinante Corea del Nord. La Repubblica Popolare Democratica di Corea, con i suoi 24 milioni di abitanti – briciole in confronto al popolo cinese – si è tolta diverse soddisfazioni nel mondo del calcio. L’ultimo talento made in Pyongyang è Han Kwang Song, attaccante del Cagliari classe ’98 ora in prestito al Perugia.

Due sono principalmente i motivi che rendono il modello calcistico nordcoreano migliore di quello cinese. Prima di tutto la comunità nordcoreana è organica, profondamente patriottica e abituata a pensare collettivamente. Un modus vivendi, questo, che facilita l’intesa tra i compagni di una qualsiasi squadra sportiva. Inoltre le politiche promosse dal governo di Pongyang si sono rivelate più snelle e chiare.

La Federcalcio nordcoreana, a differenza di quella cinese, ha dimostrato di avere subito le idee chiare. Nel 2013 il governo nordcoreano decise di investire risorse per trasformare la Corea del Nord in una potenza sportiva a livello mondiale. Nacque così la Scuola Internazionale di Calcio a Pyongyang, una struttura incaricata di formare giovani atleti, senza tralasciare lo studio. In mezzo all’ironia generale provocata dalla direttiva di un paese esotico – citato dai media occidentali soltanto per cause militari – germogliarono presto i primi frutti.

Sempre nel 2013 la scuola di Pyongyang inviò una trentina dei suoi migliori ragazzi in due scuole calcio europee: la Fundació Marcet a Barcellona e la Italian Soccer Management a Perugia. Ebbene, la maggior parte di questi giovani facevano parte della rosa che regalò la Coppa d’Asia Under 16 alla Nazionale di categoria della Corea del Nord. Gli stessi che oggi, in Italia e in Europa, stanno facendo parlare di loro. Han Kwang Song, Choe Song Hyok e i loro fratelli.

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