Intervista a Dario Marcolini: direttore tecnico e cofondatore della Via Soccer

Nell’intervista che ho pubblicato per il sito tuttocalcioestero.it, l’intervento di Dario Marcolini, direttore tecnico della Via Soccer, società attiva nello sviluppo del calcio in Cina

Come nasce la ViaSoccer e quali sono i suoi scopi?

La Via Soccer nasce in America. Quando allenavo negli States, in Virginia, vicino a Washington, con Su Sue, che poi è diventata la presidentessa della Via Soccer. L’idea principale era quella di unire il calcio americano con quello italiano. Con il tempo si sono aperte anche le porte della Cina con la quale avevamo degli agganci e abbiamo visto che vi erano molte più potenzialità in Cina rispetto che in America, dato che quest’ultimi hanno già avviato un loro percorso di crescita. Entrare in America ora è molto difficile, mentre la Cina sta partendo solo adesso, quindi è ancora possibile accedervi.

Recentemente avete concluso il terzo stage a Taicang, città da un milione di abitanti nei pressi di Shanghai, con i prof Secchiari e Virgili (clicca qui per l’intervista). Qual è il livello dei tecnici cinesi che sono stati istruiti, il cui compito sarà quello di andare a insegnare calcio nelle scuole primarie?

La maggior parte dei nostri clienti sono insegnanti di educazione fisica, perché il calcio a differenza di come lo si vive in Europa, in Cina seguirà il modello americano con l’introduzione del calcio nelle scuole e nei college. Il loro livello quando abbiamo iniziato era molto basso, anche per una questione culturale. La Cina predilige la forza, la potenza, quindi concetti che per noi sono scontati come l’allenamento della coordinazione in fase di sviluppo, per loro non erano così scontati. Secchiari e Virgili hanno dovuto mettersi in gioco sotto questo punto di vista e su certe cose ripartire da zero.

Infatti nello sport la Cina spicca nelle discipline individuali, dove vi è un gesto preimpostato da ripetere alla perfezione spesso. Il calcio invece è uno sport collettivo e situazionale, questo può essere un ulteriore step da arginare?

Bisogna capire la differenza fra le due cultura, quella cinese deve essere organizzata in modo molto forte, penso che sia anche obbligata quando hai una popolazione da oltre un miliardo di persone. Tutti quanti sanno quello che devono fare perché vi è una organizzazione, e questo si ripercuote anche nel calcio. Noi forse siamo più liberi, quindi i ragazzi crescono con più creatività, arrivano a giocare a calcio che hanno già sviluppato una personalità. Se hai ragazzi cinesi non vi è nessuno che gli dice quello che devono fare possono andare in difficoltà, e in questo senso lavorare sulla creatività risulta difficile.

In Cina il calcio è seguito, praticato poco, tanto che solo lo 0,05% della popolazione è tesserato. Pensi che introdurre il calcio nelle scuole primarie possa innescare una trasformazione culturale?

Sicuramente, perché quando insegni calcio a una persona di 20-30 anni, quella rimarrà solamente appassionata. Un altro conto è insegnarlo a un ragazzo di dieci anni, rimarrà il suo sport preferito lo giocherà e diventerà anche qualcosa in più. Il problema è che quello cinese è un mondo completamente diverso da quello occidentale, dire cosa succederà da qui a 5 anni è come centrare il terno al lotto a volte.

Dal calcio è nato un gemellaggio fra la città di Macerata e Taicang (clicca qui), tanto che sono nati dei rapporti bilaterali che oltre allo sport riguardano l’economia e la cultura. Quali sono ora i progetti futuri della Via Soccer su questo fronte?

La Via Soccer in questo momento ha intenzione di espandersi anche in Italia. Il mese prossimo organizzeremo un seminario a Filottrano, con un preparatore atletico professionista. Abbiamo intenzione di continuare questi scambi fra Italia e Cina, ma anche in America, il nostro intento è quello di cercare nuovi clienti.

Dall’Italia cerchiamo di portare in Cina una determinata tipologia di allenamento, al contrario cosa possiamo imparare noi da loro per quanto riguarda la programmazione a livello giovanile?

Io da questo punto di vista sono molto critico con il calcio italiano. Noi siamo bravissimi allenatori, io sono convinto che la scuola allenatori italiana non sia seconda a nessuno, lo dimostra il fatto che all’estero ci sono molti allenatori italiani. E’ un dato oggettivo. Noi manchiamo in bravi dirigenti sportivi. Si stanno creando nuovi corsi per dirigenti sportivi, ma culturalmente l’italiano non è un manager. Non siamo in grado di fare una progettazione da qui a cinque anni. Continuiamo a prescindere dal risultato, dalla terza categoria alla Serie A, se le cose vanno male bisogna cambiare per forza, senza avere la pazienza di aspettare. L’Italia deve guardare a realtà come la Cina e all’America e prendere il loro meglio dal punto di vista organizzativo, sono due vastissime popolazioni e se non fossero organizzate, sarebbe l’anarchia più totale. Ad esempio, quando allenavo in America ero in una scuola calcio di 2000 ragazzi, senza organizzazione e programmazione sarebbe stato un suicidio. 

Hai parlato appunto di programmazione, recentemente la federazione calcistica cinese ha stilato il programma di crescita, entro il 2030 la nazionale deve primeggiare in campo asiatico e nel 2050 sollevare la Coppa del Mondo. Quali sono le aspettative reali?

E’ molto difficile capire quello che succederà. Attualmente il presidente cinese è un ex giocatore di calcio e un amante di questo sport, i risultati infatti sono sotto gli occhi di tutti. La mia domanda è… Se dopo di lui ci fosse un presidente che non ama il calcio… cosa succederà?
E’ anche difficile prevedere il futuro perché quello cinese è un mondo dinamico, dove le cose possono cambiare molto velocemente. Sono convinto però del fatto che il calcio farà la sua magia, i ragazzini cinesi che stanno iniziando ora a giocare si appassioneranno, e anche quando avranno vent’anni lo insegneranno ai loro figli. Quindi il calcio entrerà di prepotenza anche in Cina.
Faccio il rapporto con il mondo americano, che è l’unico mercato che a livello di numeri si avvicina anche solo lontanamente a quello cinese. In America una scuola calcio piccola ha mille iscritti, una media ne ha 2500, una grande 4-5000, mentre le top, che sono in tutto tre, arrivano anche a 6000 iscritti. Facciamo una proporzione con quello che è il movimento cinese… da qui a cinque anni può diventare qualcosa di veramente grande. Ora hanno molta quantità, stanno cercando di sviluppare la qualità, se riusciranno in questo obiettivo l’ascesa di una nuova potenza calcistica sarà realtà.

Come mai la ViaSoccer in Italia non si è ancora espansa?

Tante volte soprattutto da parte degli allenatori italiani vi è molta superficialità. Personalmente faccio molta fatica a lavorare con l’Italia, piuttosto che Spagna o Francia, perché in quei paesi tutti gli allenatori parlano inglese. In Italia trovare personale qualificato che parla inglese è molto difficile, quando in realtà è un elemento imprescindibile. Molti allenatori che pensano di avere una qualifica molto alta suppongono di andare in giro per il mondo solo con l’italiano.
In Italia la gente deve smetterla di pensare di poter fare tutto, vi sono molti elementi che si improvvisa allenatore, dirigente sportivo… ci vogliono degli studi.
In Italia dobbiamo ripartire da zero e ridiscutere una metodologia molto vecchia, che non si adatta più a un mondo dinamico e in rapida evoluzione. Dobbiamo cambiare anche noi, per lavorare con culture diverse dalla nostra. Tante volte infatti, per invitare delle squadre cinesi è prassi che io debba fare una lettera d’invito; quando la chiedo a una squadra spagnola mi rispondono dopo due giorni, con le italiane ci vogliono settimane. Aspetti che dobbiamo migliorare, altrimenti la Via Soccer sarà sempre più lontana dall’Italia.

 

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