26 gennaio 1978: al 30° Torneo di Viareggio fa il suo esordio una squadra da Pechino

In principio fu la diplomazia del ping pong, che aprì una breccia nella Grande Muraglia dell’isolazionismo cinese. E poi dalle palline si passò al pallone, a un regalo di Natale davvero particolare. È infatti il 24 dicembre del 1977 quando i giornali annunciano che al torneo mondiale di calcio giovanile di Viareggio, in calendario di lì a un mese, giocherà una squadra della Repubblica popolare cinese. Una breve da poche righe che tuttavia si carica di sensazionalità. “Non è una novità soltanto per la competizione ma, in assoluto, per l’Italia”, osserva il Corriere della Sera. “Finora sono entrati nel nostro Paese per partecipare a manifestazioni agonistiche soltanto cestiste, pallavolisti, atleti e giocatori di ping pong”. Il torneo di Viareggio – o Coppa Carnevale, come la chiamano gli sportivi locali per la concomitanza con il periodo delle sfilate dei carri – non avrebbe potuto celebrare più degnamente il traguardo dei primi trent’anni di attività.

A proposito: sarà mica uno scherzo di Carnevale in anticipo? Macché: è tutto vero. Il 22 gennaio la comitiva del Pechino atterra a Fiumicino. Un capolavoro, quello della polisportiva viareggina Centro Giovani Calciatori che dal 1948 organizza il torneo: prima d’ora nessuna squadra cinese ha mai preso a calci un pallone lontano dai confini nazionali. Il regista della storica partecipazione è il vicepresidente Paolo Giusti, esponente locale della Democrazia Cristiana e grande amico di Giulio Andreotti: durante una visita in Estremo Oriente è riuscito a strappare il fatidico “sì” ai dirigenti della Federcalcio pechinese. Almeno per una settimana, i riflettori saranno tutti puntati su Viareggio e sulla sua fabbrica dei talenti del domani.

E difatti i cronisti cingono d’assedio il Kursaal, il piccolo albergo a due passi dal lungomare dove dimorano i ventidue giocatori, i due allenatori e i dirigenti. Sembrano quasi dei marziani: parlano a voce bassa, cenano alle 19.30 e poi vanno a letto, non toccano alcolici né giocano a carte, al massimo chiedono un po’ di acqua bollente per il tè. Altro che quei caciaroni dei Rangers venuti l’anno prima… In compenso, non fanno complimenti a tavola: “Avevo mandato mio marito a comprare pacchi di riso, non l’hanno voluto preferendo una porzione doppia di spaghetti e una bistecca spessa”, racconta esterrefatta la proprietaria dell’hotel. “Ci sentiamo un po’ tutti Marco Polo, alla scoperta della Cina vogliamo arrivarci tutti”, scrive Giacinto Spadetta, inviato del Corriere della Sera. Senonché “i Marco Polo sono loro che hanno più curiosità di noi, che vogliono scoprire l’Europa”. Un rovesciamento dei ruoli, come la miglior tradizione del Carnevale impone. La curiosità è reciproca, ma la barriera linguistica si rivela insormontabile come la Muraglia nonostante un interprete giunto appositamente da Roma. I giocatori, oltretutto, non sono autorizzati a parlare con la stampa. E il capo della delegazione Chen Chia-ling, presentato come segretario della Federcalcio, lo mette subito in chiaro: calcio sì, politica no.

Alla fine, nonostante risposte evasive e una comprensibile diffidenza, i giornalisti riescono a buttar giù qualcosa: si sa che il pallone è diventato popolare dopo la liberazione di Mao nel 1949. Che i giocatori sono perlopiù studenti e contadini, dilettanti allo stato puro, a differenza di quanto accade nei Paesi dell’Est Europa. Che il movimento calcistico conta oltre 10 milioni di tesserati. Pure per i cinesi, però, l’Italia è un mondo tutto da esplorare: “Siamo qui per fare esperienza, ma vedrete che la squadra non raccoglierà fischi”, assicura Shi Wanchun, una delle due guide tecniche. La presenza a Viareggio è cruciale anche e soprattutto per la diplomazia sportiva, dato che la Cina è fuori dalla FIFA. “Fin quando continuerà a commettere l’ingiustizia di mantenere affiliata Formosa, noi non potremo partecipare a competizioni di livello internazionale”, chiosa Chia-ling. “Eppure ci piacerebbe andare ai campionati del mondo”.

Il 26 gennaio 1978 diventa una data storica per il calcio: dal tunnel degli spogliatoi dello stadio “dei Pini” di Viareggio, baciato da un sole quasi primaverile e preso d’assalto da ottomila spettatori, escono la Fiorentina allenata da Renzo Ulivieri e i ragazzi del Pechino in maglia gialla e pantaloncini bianchi. In tribuna il sindaco Paolo Barsacchi e l’ambasciatore cinese Wang Ku Chuan si stringono la mano, quasi fossero capi di Stato. Comunque vada, da oggi i due mondi sono meno distanti.

Certo, l’impatto col calcio italiano è devastante: passano un paio di minuti dal fischio d’inizio e il viola Venturini trafigge il povero Yi La-mu, portiere alto un metro e 86, seppur in sospetto fuorigioco. Non dispiacciono, questi cinesi: difendono a quattro, con il libero e un terzino che s’inserisce, giocano forse in maniera troppo elementare ma trattano bene il pallone, provano qualche schema e tengono un buon ritmo per tutti i novanta minuti. L’inesperienza e la mancanza di malizia sono comunque i peggiori avversari. Chi suggeriva di tirar fuori il pallottoliere e di prepararsi a una goleada si deve comunque ricredere: finisce 3-0 per la Fiorentina – che poi vincerà il torneo – ma c’è da annotare anche il discutibile rigore del raddoppio, tanto che il pubblico inveisce contro l’arbitro Pieri di Genova e applaude i ragazzi venuti da Oriente.

Le sorprese, per i cinesi, non finiscono qui. Il giorno dopo sono ospiti del centro sportivo di Coverciano, accolti dal responsabile Italo Allodi e dagli allievi del corso per il patentino da allenatore. Una tavola rotonda segnata da un iniziale imbarazzo da ambo le parti, ma che piano piano diventa una stimolante occasione di confronto per conoscersi da vicino. E poi c’è il ricevimento in municipio a Viareggio alla presenza di Artemio Franchi, numero uno della UEFA e vicepresidente della FIFA: gli organizzatori del torneo sperano così di mediare tra il massimo organo calcistico e la federazione di Pechino dopo venti anni di rapporti tesi.

Il Pechino torna nuovamente in campo a Pontassieve per sfidare la Sampdoria campione in carica e, a sorpresa, riesce a strappare un onorevolissimo pareggio a reti bianche. E nella sconfitta con il Belgrado riesce perfino ad andare a segno due volte col centravanti Huang Hsiang-tung. L’avventura italiana finisce qui, anche se quel che più contava era allacciare i contatti con l’Occidente.

A fine anni Settanta, infatti, la Federcalcio cinese viene nuovamente ammessa all’interno della FIFA: l’isolazionismo è finito, i Mondiali non sono più un sogno proibito così come i Giochi olimpici. Seppur in piccola parte, un contributo l’hanno dato Viareggio e il suo torneo. E sì, anche quei ragazzi in maglia gialla.

Articolo a cura di: Simone Pierotti
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