Intervista a Alberto Virgili (preparatore atletico): il racconto dell’esperienza cinese a Taicang

La Cina deve essere una opportunità, e questo la città di Macerata lo ha capito, forte anche di un forte legame nelle epoche passate, con il gesuita Matteo Ricci e la sua opera di evangelizzazione nell’epoca della dinastia Ming.
Recentemente Macerata ha firmato degli scambi bilaterali con la città cinese di Taicang (leggi qui) che riguardano cultura, turismo e economia. Il legame fra i due poli nasce nel 2015 grazie al calcio, quando i due allenatori, Alberto Virgili (ora responsabile tecnico della Recanatese) e Gianni Secchiari (preparatore atletico), hanno tenuto un corso estivo teorico e pratico sul calcio della durata di 15 giorni grazie all’agenzia ViaSoccer della presidentessa Su Sue.

In questa intervista ho raccolto la testimonianza di Alberto Virgili, che racconta la sua esperienza, e il rapporto ancora controverso che la Cina vive con il calcio.

Come è nato il progetto di realizzare uno stage in Cina, nella città di Taicang?

E’ nato quasi per caso, dopo che io e Gianni Secchiari abbiamo conosciuto Dario Marcolini a un corso per allenatori. Dario insieme a Su Sue (presidentessa dell’agenzia ViaSoccer) ha avviato i primi contatti, così abbiamo pensato di realizzare dei corsi, pensando anche al fatto che in Cina vi è il progetto  di introdurre il calcio nelle scuole per volere del presidente Xi Jinping.
Siamo stati in Cina in un primo momento nel gennaio 2015, dove abbiamo avuto modo di farci conoscere, poi da li abbiamo pensato di organizzare un corso di 15 giorni nell’estate 2015.
Abbiamo fatto delle lezioni sia pratiche che teoriche, in un corso per “Insegnati di educazione fisica”, a quelle persone che poi andranno a insegnare calcio nelle scuole primarie a partire dal prossimo anno, per cinque ore alla settimana.

Abbiamo stilato un programma condiviso, poi strada facendo ci siamo accorti che tutto quello che noi pensavamo di fare non era totalmente realizzabile. Ad esempio, tutto quello che per noi può è importante nella pedagogia attiva, per loro non esiste, per cui questo è stato il primo ostacolo che ci ha differenziato. Inoltre il calcio nella regione di Taicang è vissuto in maniera molto marginale.

Di fatto nella mia ricerca su internet non è risultata nessuna squadra di calcio a Taicang, queste infatti sono concentrate solo in pochissime città. Come ti è sembrato il rapporto che i cinesi hanno con il calcio? Si è già insinuato nella cultura popolare o per ora è solo un fenomeno di intrattenimento?

Penso che la Cina stia vivendo una fase di transizione, ma ancora siamo solo all’anno zero, dato che conoscono ben poco del calcio, che è uno sport situazionale. Sono in difficoltà nelle conoscenze tecniche, teoriche e nell’applicazione pratica.
Noi davamo per scontato -sbagliando- che tutte le capacità coordinative, che noi consideriamo scontate nell’insegnamento in certe fasce di età, per loro non lo sono. Già al secondo giorno di corso, uno ci chiede: “Ma non fate mai fare i lavori di forza a cinque-sei anni?” Per cui questo ci ha fatto un po’ riflettere sul fatto che tutto quello che per noi è scontato e basilare, a loro bisogna motivarlo.
Ci siamo trovati dunque a mediare in questa situazione, era difficile fare l’italiano che sa tutto e che va a irrigidire la loro cultura. Per cui abbiamo cercato di trovare una via di mezzo, dicendo loro che certi allenamenti o concetti vanno bene per certe fasce di età, abbiamo cercato di capire quali erano le loro difficoltà per realizzare e applicare concetti molto semplici per poter predisporre il resto del corso, che a detta loro è stata unico per durata. Infatti le federazioni di altri sport che vanno in Cina, realizzano dei meeting che possono durare giusto un paio di giorni, mai di due settimane.

L’attività calcistica ancora non è ben radicata in Cina. Secondo te, il fatto che il calcio verrà introdotto come materia scolastica, può essere la giusta base di partenza per la creazione di un movimento e di una nazionale competitiva?

Partendo da un concetto assodato: Per la quantità che hanno, magari la qualità la possono raggiungere, dato che sono così insistenti e metodici. Attualmente loro sono solo all’inizio, per cui, quello che sarà il futuro da qui a dieci anni non so dirtelo. C’è bisogno di continuità per il lavoro sui giovani, il calcio è uno sport situazionale, che loro culturalmente vivono meno, dato che sono più forti in quegli sport dove la situazione di gioco non è molto emancipata.
Ci sono delle potenzialità, ma anche delle difficoltà da affrontare per poter raggiungere l’obiettivo, ma quello cinese è un popolo che culturalmente non molla al primo ostacolo, sono caparbi e determinati, per cui questo potrebbe essere un vantaggio per ottenere risultati a lungo termine.

 

 

 

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