Questo giornalismo mi ricorda “Orso contro Squalo”

“La distanza tra web e tv è sempre più sottile. Proprio come il mondo di internet non può fare a meno delle immagini, quello della televisione ha la necessità di essere a stretto contatto con la rete. Con il tempo penso che si possa arrivare ad una loro totale sovrapposizione. Quindi non è stato un cambiamento particolarmente traumatico in questo senso. Anche le richieste del pubblico sono molto simili: sia sul web che in televisione c’è l’esigenza dare informazioni brevi, dirette, che vadano subito al nocciolo della questione. Questo è dovuto al fatto che la soglia di attenzione dell’audience è bassa e ogni volta che si prepara un contenuto non si può non tener conto di questo”

Così rispondeva Sandro Sabatini nel 2015 al giullaremagazine, quando gli è stato chiesto delle differenze di lavoro fra televisione e web. Non appena l’ho letta mi è tornato alla mente un romanzo post moderno che avevo letto anni addietro, dal titolo “Orso Contro Squalo” di Chris Bachelder.

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La domanda è semplice, come quasi tutte le domande serie.
Dato un terreno di scontro relativamente equilibrato – per esempio uno specchio d’acqua abbastanza profondo perché uno Squalo possa muovercisi con perizia, ma anche abbastanza basso perché un orso possa starvi in piedi e agire con la destrezza che gli è propria – chi vincerebbe in un combattimento fra un Orso e uno Squalo? “

Ricordo con nitidezza un passaggio, quando lo spettatore di fronte lo schermo della televisione veniva bombardato da una serie rapidissima di notizie fino ad ipnotizzarlo e renderlo un simil vegetale, in una realtà che “diversamente dai vecchi televisori, non ha pulsanti di spegnimento”. Arriva come un’onda di piena di frastornanti idiozie e la si incassa passivamente, come i quintali di luoghi comuni che Bachelder individua nel nostro quotidiano di consumatori consumati.

Così mi sono ricordato anche delle trasmissioni di Sabatini a Sky Sport 24, dalle sette alle otto di sera, al momento della cena, quando desideravo mangiare ascoltando qualche notizia di sport che accompagnasse il mio masticare, mi ritrovavo con disappunto a dovermi sorbire il riassunto giornaliero di tweet, selfie e dichiarazioni banali dei giocatori e delle loro mogli, con lo sport che veniva messo da parte in favore di figure vuote che cercano di espandere il loro ego attraverso i social. Così ho evitato di guardare Sky Sport 24 in quella fascia oraria per un bel pezzo.

Contenuti brevi e immediati, un bombardamento di iper informazione per un pubblico sempre meno attento, che vede al calcio come un ossessione dalla quale è incapace di staccarsi, ma che soprattutto è incapace di analizzare da un punto di vista critico. E’ il risultato dello spostamento dell’informazione dai mezzi tradizionali, carta stampata e televisione, ai device, con il risultato che i concetti si contraggono notevolmente, a prova di touch e scorrimento della schermata.

Così ci ritroviamo di fronte al proliferare di siti quantitativi cloni dei famosi tuttomercatoweb e calciomercato,com, nei quali il 95% delle centinaia di notizie che potete trovare ha una lunghezza media di 50-60 parole e si compone della seguente formula: “Secondo quanto riportato da Testata X, Personaggio Y ha detto ‘bla bla bla’”. Fine dell’articolo. Fine del giornalismo? Questa è la domanda che ci poniamo.

La grande velocità alla quale viaggia la rete e alla quale deve viaggiare il nostro pensiero per stare dietro a ondate continue di informazioni spesso non ci inducono a pensare, e soprattutto ad analizzare alcuni fatti con lucidità prima di poter parlare. Ne sono la testimonianza le innumerevoli gaffe dei politici portati a commentare le vicende in tempo reale, ma a volte gravi sentenze le sparano anche presunti grandi giornalisti.

E’ il caso del già citato Sandro Sabatini che in uno slancio di qualunquismo sulla propria pagina facebook scrive: “I cinesi che vengono a far calcio in Italia… È come se io andassi in Cina a fare il giornalista di ping-pong”.

Pensavo che con Gramellini si fosse toccato il fondo, con il suo “Buongiolno” (cliccate qui per la mia risposta) quando criticava senza saper nulla di Cina l’ingaggio di Pellè da parte dello Shandong Luneng per quei fantomatici 20 milioni di euro, errore di valutazione madornale della stampa italiana che evidentemente ha sbagliato a convertire gli yuan in euro. Perlomeno il signor Gramellini con una massiccia dose di populismo e stereotipi aveva provato ad argomentare il proprio disappunto, ma Sabatini? Ha ruttato questa sentenza sulla propria pagina facebook come potrebbe ruttarla chiunque in un bar che per un motivo, o per un altro, odia i cinesi, senza argomenti per sostenere la sua tesi. Le parole pesano, soprattutto se si è un giornalista di Mediaset di rilevanza nazionale.

Evidentemente ne Sabatini ne Gramellini sanno nulla di Cina, forse sono ancorati ai vecchi luoghi comuni che vanno tanto di moda qua in Italia per identificare la Cina. Il dragone ci fa paura, e i due giornalisti sono lo specchio di questa nostra ingiustificata propensione. Basta fare una piccola ricerca sull’espansione economica del loro calcio per trovare miriadi di articoli con su scritto “Invasione!”, “Colonizzazione!”. E’ colpa di questa mentalità così limitata se siamo l’unico paese fra i big del calcio europeo a non avere ancora instaurato un accordo federale con la Chinese Football Association, mentre paesi come Spagna, Germania e Inghilterra sono avanti anni luce e monetizzano con gli accordi bilaterali che si sono instaurati a partire dall’ambito sportivo, per poi variare su tutti i fronti del settore economico.

Ma la Cina per Sabatini non deve rappresentare tutta questa convenienza se siamo ancora al punto di identificarla con il ping pong. Le danno fastidio le situazioni di Inter e Milan? Le spiego un paio i cose:

-Il casting: probabilmente tutti noi siamo rimasti un po’ perplessi da quello che è stato fatto passare come un X Factor per allenatori dell’Inter. Possiamo ragionare sul fatto che la Suning Commerce Group non sia presente in società e che vi sia bisogno di una guida forte in questo momento difficile, ma criticare il concetto di “casting”, perché è una cosa mai vista in Italia credo sia sbagliato, in quanto nel calcio cinese è utilizzato: il caso di maggior rilievo è avvenuto nel 2008, quando fra tre candidati per la guida della nazionale, dopo alcuni test fu scelto Gao Hongbo

-Il Milan: ci sono 22 società di calcio in mano ai cinesi fra Europa e Oceania. In tutti i casi si è trattato di investimenti di singoli privati, solo nel caso dell’acquisizione del 13% del City football Group si è vista una cordata. Nel caso del Milan parliamo per l’appunto di una cordata statale, che ha vissuto un momento critico in estate quando Sal Galatioto è stato fatto fuori, con l’ovvia conseguenza di doversi riorganizzare nella gestione delle quote e nella ricerca di sponsor commerciali.

Il più grande errore della nostra società è quello di identificare l’altro tramite le differenze. Come sosteneva il grande sinologo francese Jullien Francois: “Differenza è un termine che disinnesca in anticipo ciò che l’altro dell’altra cultura può apportare di esterno e di inatteso. Il concetto di differenza si colloca in una logica di classificazione e specificazione, non di scoperta. Le differenze producono delle separazioni, vi è la distinzione e la cancellazione di un sistema, dobbiamo invece mantenere i due sistemi e la distanza che si frappone fra essi. Lo scarto si pone di annullare le distinzioni cercando così di costruire un terreno comune che possa aprire all’altro sino ad arrivare alla fecondità”.

Questo è l’unico approccio corretto per poter capire e dialogare con la Cina, anche nel calcio, dobbiamo capire che hanno dei desideri, hanno delle ambizioni simili alle nostre, ma il loro background sportivo e il loro sviluppo sono stati diametralmente opposti al nostro. Questo ci porta a dover cambiare il loro pensiero radicalmente, perché la nostra, per partito preso, è la giusta filosofia, ma agendo in questo modo non si fa altro che commettere un grave errore che può portare a un punto di rottura.

Ma forse l’Italia, seppellita dal giornalismo quantitativo di iper informazione non è pronta per questo tipo di disamina, dato che continuiamo a vedere la Cina come ce l’hanno impacchettata i media. Invertire il processo, creare cultura, questo dovrebbe essere il compito del giornalismo, non certamente quello di speculare sulla bassa soglia di attenzione del pubblico come fanno in tanti, o sul loro populismo per sentirsi dire: “Ben detto Sabatini, questi cinesi….”

Due anni fa, parlando della profonda tramutazione dei media al Festival del giornalismo di Urbino, alla domanda “Dov’è la cultura oggi?” Dorfles rispondeva così: “Quella che sembrava profilarsi come una straordinaria forma di democratizzazione ha lasciato fuori spazi come quello della cultura e della politica. L’enorme apertura offerta dallo sviluppo tecnologico e dal web doveva essere la chiave per superare quella che per secoli è stata la divisione tra il mondo dei colti e non, portando alla nascita e al diffondersi di una cultura collettiva. Di renderli consapevoli e partecipi del proprio destino sociale e politico. Non solo ciò non è accaduto, ma, benché sul web siano nati blog o riviste culturali, tali realtà rimangono chiuse in un mondo che parla di sé e per sé, proprio come è successo con la carta stampata. Per gli altri, quei tre quarti d’italiani che non hanno tempo di leggere, c’è la cultura di massa. Una cultura nient’affatto minore, ma che comunque non può sostituire la prima.”

Una cultura, alla “Orso Contro Squalo”

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2 thoughts on “Questo giornalismo mi ricorda “Orso contro Squalo”

  1. Itaparica_10 il said:

    Sandro Sabatini mi é sempre stato antipatico. Questo sua affermazione poi denota un’ignoranza al limite del ridicolo. La veritá é che i cinesi sono grandi lavoratori, scaltri e col fiuto per gli affari.

    • Nicholas Gineprini il said:

      Quello che mi fa incazzare, è che lui prende i soldi per fare il qualunquista, e ne prenderà anche di belli. Appena vedo la sua faccia cambio canale

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