Chinese Tour: intervista a Francesco Abbonizio, fondatore della Beijing Kickers

15 agosto 2016

Ho conosciuto Francesco quasi per caso, mesi fa fui interpellato dalla Stampa per il mio libro sul calcio cinese, e l’articolo di Cecilia Attanasio (leggi qui), si apriva con un’intervista a Francesco Abbonizio, fondatore della scuola calcio Beijing Kickers e ora interprete al Wuhan Zall di Ciro Ferrara. Approfittando del mio viaggio a Pechino, ci siamo incontrati nel distretto di Chaoyang e abbiamo parlato di calcio cinese di fronte un hamburger e un numero imprecisato di birre.

Sono oramai 10 anni che vivi in Cina, ci sei arrivato subito per il calcio o per altri progetti?

Avevo studiato cinese all’università, e una volta finiti gli studi mi son detto: “Andiamo a vedere com’è la Cina”, i primi due anni non ho lavorato con il calcio. All’inizio ho studiato in un’università cinese per imparare meglio la lingua, poi vi erano alcuni miei amici che lavoravano per una compagnia di cunsulting, e tramite loro ho iniziato a fare il traduttore. Nel 2008 ho lavorato quattro mesi con la Rai per le Olimpiadi. Finita la manifestazione, l’azienda di cunsulting ha aperto un centro sportivo e io ero  stato incaricato come manager. Affittavamo campi, era un centro nuovo, per cui bisognava fare tutto lo start up e cercare un po’ di cinesi che vi potessero lavorare. Dopo i primi tre mesi di start up sono rimasto senza far nulla, per cui ho chiesto all’azienda di cunsulting se mi potevano concedere i campi, per cercare di costruire una scuola calcio. All’inizio ero con un cinese che faceva per l’appunto parte della compagnia di cunsulting, abbiamo iniziato a tirar su un pò di bambini. I primi due anni sono stati tosti, forse era ancora presto per i cinesi nel 2008. Ma dopo il 2010 siamo cresciuti, ogni anno raddoppiavano i bambini iscritti.

Quanti bambini conta ora la scuola calcio?

La Beijing Kickers ne ha 150 che svolgono gli allenamenti nel pomeriggio. Ve ne sono altri 500 nelle scuole, nelle quali andiamo a fare i corsi di calcio.

Che età hanno?

Nell’accademia arrivano fino a 14 anni. Nelle scuole fino a 10-11 anni, le elementari per intenderci, dalla prima alla sesta.

Avete solo ragazzini cinesi o anche stranieri?

No, le scuole nelle quali lavoriamo sono tutte internazionali. Vi sono bambini cinesi che comunque parlano l’inglese, e vi sono anche i figli di stranieri che lavorano qua in Cina.

Quanti allenamenti svolgono a settimana i ragazzini?

Noi abbiamo allenamenti tutti i giorni, poi dipende dai bambini e dalla loro disponibilità. Quelli più forti, che giocano nei campionati, vengono almeno due o tre volte alla settimana, a cui si aggiunge la partita della domenica.

Per l’appunto, la vostra scuola calcio partecipa a un qualche campionato?

E’ un campionato cittadino, ma non è riconosciuto dalla federazione, è un campionato privato. Lo abbiamo iniziato ad organizzare nel 2010. Oltre a me vi erano i ragazzi altre due scuole calcio, facevamo amichevoli fra di noi per giocare ogni tanto. Ora il numero delle squadre partecipanti è aumentato notevolmente.

Mi dicevi infatti che la Federazione non è molto presente a livello di scuole calcio

Specifichiamo, non è che la Federazione non riconosce certe scuole, non c’è una regola specifica. Il mercato è libero. Se vuoi puoi istituire una tua scuola calcio, prendere i soldi delle iscrizioni e farti il tuo business. Per fare questo non c’è bisogno che tu sia iscritto alla Federazione per avere una scuola calcio.

Dopo i 14 anni nelle academy quale è lo sbocco per i giocatori?

Solitamente si perdono, e smettono di giocare a calcio. Se riusciamo i più bravi e forti li spediamo in club professionisti in Italia, Europa e Asia, ma il 98% dei giocatori smette di giocare, dato che il sistema scolastico è talmente difficile e duro che non hanno tempo. Quelli che continuano è perché entrano in scuole in cui il calcio è una parte importante. Alcune società professionistiche si appoggiano a queste scuole come fonte per il vivaio.

Non esiste un vero sistema di calcio giovanile?

Non per club, esiste per le scuole. Vi sono i campionati scolastici. Molti bambini entrano in certi istituti non perché sono bravi a studiare, ma perché sono in grado di giocare a calcio, un po’ come il sistema americano.

I campionati scolastici come sono strutturati?

Si inizia con le competizioni a livello cittadino, per poi essere promossi a livello provinciale e infine si svolgono le finali nazionali. Negli ultimi due o tre anni iniziano ad esserci campionati, a livello giovanile, per i club, organizzati dalla Federazione stessa.

In un’intervista, Peliazzuoli, coordinatore tecnico delle giovanili del Guangzhou Evergrande, sostiene che il gioco competitivo, è quello che serve per far crescere il giocatore, ma da come ho capito si disputano poche partite. Come si può migliorare questo sistema?

Il problema è proprio l’organizzazione. La Cina è gigante, per cui, organizzare un campionato, a livello logistico, per le giovani squadre, è molto difficile, e si concilia male con gli studi. Devono pensare di organizzare competizioni a livello provinciale, ma a livello scolastico è più facile, perché gli istituti, anche se non presenti in grande quantità, sono comunque sufficienti per organizzare delle competizioni, per i club professionisti la cosa diventa molto difficile, dato che sono pochi.

Un altro problema può essere dato dal fatto che la Cina ha sempre prediletto gli sport individuali, se guardiamo alla storia delle Olimpiadi vediamo che vi sono pochissime medaglie nelle discipline di squadra. D’altro canto il calcio è una pratica situazionale e di fantasia, credi che questa transazione possa essere difficoltosa?

Pensiamo al sistema scolastico cinese, non ti spinge a pensare o a creare. Ad esempio, quella cinese è una lingua che devi imparare a memoria, non ci arrivi ragionando. Da qui nasce il tutto, la poca creatività. Negli sport di squadra come il calcio, o che ne so, nel basket (forse li è più facile dato che di giocatori ne hai solo cinque), mancano di estro, la risoluzione di alcuni problemi, che per i bambini europei sono facilissimi, per il cinese possono rappresentare uno scoglio insormontabile.

Uno dei programmi della riforma è il “Train the Trainer”, quale è lo stato attuale degli allenatori cinesi?

In passato usavano sempre ex calciatori, ma non avevano nessuna nozione di pedagogia, psicologia e di come lavorare con i bambini. Negli ultimi 4-5 anni stanno cambiando. Mandano molti allenatori cinesi all’estero, a studiare e formarsi. Hanno capito, che almeno per il calcio, non è possibile attuare quel metodo militare, nel quale ti alleni svariate ore al giorno a fare sempre la stessa cosa. Hanno capito che quel sistema nel calcio non funziona e quindi stanno cercando di cambiare. Il calcio è uno sport nel quale il bambino deve essere interessato, deve divertirsi, perché altrimenti smette. Se hai 100 bambini, uno che ti fa 200 tuffi al giorno lo trovi, ma nel calcio ne servono 11, e diventa più difficile. Se non li diverti e non li coinvolgi è difficile che apprendono.
Sono dieci anni che sono qua in Cina e ne ho visti di allenatori. Ve ne sono alcuni della vecchia scuola che trattano i bambini come dei soldati. Ti racconto questa: mi è capitato a giugno che con la mia scuola abbiamo fatto un torneo, abbiamo vinto la semifinale, e l’allenatore della squadra avversaria ha messo tutti i suoi giocatori in fila, sulla linea del fallo laterale (in estate sono 40 gradi a Pechino), per un’ora fino alla fine della finale. Nessuno parlava, questi bambini non credo che si siano divertiti.

Facciamo un salto verso le leghe professionistiche: ora sei l’interprete del Wuhan Zall, come è nata l’opportunità di lavorare con Ferrara?

L’opportunità nasce da lontano, cinque anni fa quando venne Lippi in Cina, mi contattarono per fare l’interprete, ma era il momento in cui la scuola calcio stava andando meglio, quindi non me la sono sentita di andare. Ho dato una mano al Guangzhou per cercare un’altra persona che potesse svolgere tale ruolo, gli ho proposto il ragazzo che viveva in casa con me, abruzzese pure lui. Proprio grazie a lui, due mesi fa mi hanno contattato per andare a fare l’interprete al Wuhan, dato che non se la sentiva di lasciare Guangzhou. Diciamo che è stato un ritorno di favore.

La città di Wuhan?

Eh… meglio Pechino. E’ una città molto grande, fa circa 12 milioni di abitanti. Ha dei pro e dei contro rispetto a Pechino. Decisamente meno inquinata, ma per quanto riguarda le strutture e la vita sociale è più indietro, pochi stranieri.

Dopo l’arrivo di Ferrara come è cambiato il Wuhan Zall a livello di risultati e struttura societaria?

Prima del suo arrivo erano decimi in classifica. Erano partiti molto bene, poi hanno avuto un periodo di crisi e hanno mandato via l’allenatore cinese. Dopo sei partite abbiamo totalizzato due vittorie e quattro sconfitte. Siamo terz’ultimo ora… per cui la situazione non è delle migliori. Però, a livello logistico e di organizzazione della società vi sono stati notevoli passi in avanti. Quando siamo arrivati era proprio zero, era tutto organizzato all’ultimo, non vi era programmazione per nulla, nemmeno per le trasferte. Adesso la trasferta si inizia a organizzare una settima prima. Quando era arrivato Ferrara si faceva tutto con una settimana d’anticipo, per dirti: domenica giochiamo in Mongolia, andiamo a fare i biglietti e a prenotare l’albergo. Non è solo un fattore tecnico che si riscontra sul campo, ma anche la capacità di organizzare un club. Prima dell’arrivo dello staff italiano non avevano una minima idea su come organizzare una società di calcio.

Quale è la situazione dei entri di allenamento in Cina?

Le strutture ci sono. La maggior parte delle squadre professionistiche hanno impianti molto belli che i club europei invidierebbero. Il problema è come le tengono e come lo usano. Noi a Wuhan abbiamo tre campi di calcio in erba, ma ne possiamo usare solo uno perché gli altri sono impraticabili. Il potenziale non è sfruttato al meglio.

A livello di metodologie di allenamento, quali sono gli scogli per un allenatore straniero?

La cultura cinese è completamente diversa da quella europea. Un allenatore europeo che viene qui cerca di portare le sue idee, il suo metodo di lavoro, e di utilizzarli con i giocatori cinesi, che spesso non si adattano. Dipende anche dai giocatori che ti ritrovi, spesso ne trovi di molto disponibili, che hanno voglia di migliorare e quindi sono aperti a ricevere nuovi concetti o nozioni. Altre volte ti ritrovi in uno spogliatoio con un gruppo molto compatto, restio ad accettare nuove idee, in tale situazioni non è facile adattarsi e spesso c’è bisogno di un compromesso, ma spesso le parti non sono disposte a trovare un accordo, per cui ci si ritrova in uno scontro di culture che non porta da nessuna parte. Altre volte le cose funzionano, come è stato con Lippi al Guangzhou, è stato un successo, perché c’è stata la volontà dei giocatori di seguirlo e la volontà dello staff italiano di adattarsi alla cultura cinese. Nel caso di Zaccheroni è stato completamente l’opposto, ha trovato un gruppo che non era disposto a seguire le sue idee, e lui altrettanto è rimasto fermo sui suoi principi, per cui la relazione è durata pochissimo.

Riforma pluriennale, la Cina dove può arrivare, può davvero vincere il mondiale?

Allo stato attuale ti dico che non hanno speranza, ma al contempo hanno molta volontà, quindi bisogna vedere un po’ come si svilupperà il tutto. Ora stanno investendo tantissimo sul calcio, anche a livello di personale. Arrivano allenatori dall’Europa, giocatori sempre più forti. A livello di immagine stanno facendo enormi progressi. Se continueranno così potrebbero anche avere qualche speranza.

Il fatto che non hanno una cultura calcistica come può incidere?

Proprio questo, se vogliono progredire devono creare una cultura calcistica, e per farlo ci vogliono vent’anni. Paesi come Corea e Giappone ci dicono proprio questo. Il Giappone per arrivare allo stato attuale è partito dai tempi di Zico, erano i primi anni ‘90, ora è il 2016 e vedi che la cultura calcistica giapponese ora è importante. Prima i cinesi devono creare una cultura calcistica, poi potranno ottenere risultati.

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